sabato 14 dicembre 2013

Del controcarro e di altre Passioni

Con questo post inauguro una breve serie di viulini dedicati a fatti o persone che non ho conosciuto direttamente, ma dal racconto dei testimoni o dei protagonisti.

Nelle mie intenzioni iniziali avrei voluto limitarmi a delle interviste, singole o collettive, ma come spesso accade, i racconti, specie quelli che riguardano la memoria di fatti passati, vivono presto di vita propria, scegliendo le forme d’espressione a loro più congeniali.

È questo il caso di controcarro.

Qualche anno fa, durante i festeggiamenti di S. Lucia, qualcuno mi parlò di un carro talmente fuori dagli schemi canonici, talmente scandaloso e di “rottura” della tradizione consolidata, da meritarsi la definizione di “controcarro”.

La cosa ha innescato il desiderio di saperne di più. Da una assai parziale e poco approfondita ricerca per ricostruire i contorni di quella vicenda, è nato questo viulinu, diverso dagli altri anche per il tentativo di tracciare una modesta ricostruzione storica.

Di telefonata in telefonata, di ricordo in ricordo (spesso curiosamente in contraddizione tra loro) alcuni dei protagonisti e altri spettatori mi hanno restituito una storia, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto trattare di una notte del 12 dicembre del 1972 e che, invece, ha finito per trascinare dentro il Concilio Vaticano II e la questione giovanile, il Cristianesimo sociale e l’impegno politico, il ’68 e la contestazione.

Ringrazio qui, ancor prima di iniziare, tutti quelli che a vario titolo hanno contribuito rispondendo alle telefonate moleste di chi ha voluto sfruculiare la loro memoria.
Grazie allora ad Ascenzio, Carla, Alfio, Felice, Rina, Ottavio, Gianni, Cettina, Luciano, Turi, Nino, Gaetano, Pippo, Giusi, Lucio, Mimmo e a tutti quelli, vivi o non più tra noi, che fecero vivere a Belpasso una lunghissima stagione di impegno e passione.
                                                          
Già sulle origini del controcarro si potrebbe aprire un dibattito.
C’è chi pensa che la scintilla fu il progressivo dilatarsi degli effetti del Concilio Vaticano II e l’apertura mentale e di consapevolezza di alcuni sacerdoti “illuminati” (padre Signorelli, padre Cosentino, padre Vasta, padre Arena); chi il vento del ’68, che soffiava già forte da contrade lontane; chi la tragica fine di Milena Sutter e il lungo e acceso dibattito sulla condizione dei marginali e dei giovani che ne conseguì.
Per questo e per molto altro ancora, i giovani cantanti del quartiere Purgatorio si presentarono in piazza, la sera del 12 dicembre 1972, con un carro che poco o nulla aveva di carro.
Parallelepipedi e cubi di diverso colore (scatoloni e “casce” nella percezione spietata e scettica di qualche spettatore chiamato a rendere testimonianza) pochi personaggi (secondo altri nessuno), scene essenziali e “impressioniste”, struttura ridotta all’osso, con "pochissima attenzione per la meccanica" e per lo sviluppo in quadri successivi.
I temi erano molto lontani da quelli classici della rievocazione della vita e del martirio della vergine siracusana, tutti invece protesi all’attualità: alla fame e alla miseria che ancora affliggevano le genti del mondo vicino e lontano; alle condizioni di sfruttamento neocolonialista; all’enorme sbilanciamento tra le condizioni di vita dei paesi ricchi e il dramma quotidiano di quelli poveri.
Denuncia e richiami a impegnarsi in prima persona a sporcarsi le mani.
Nessuna “spaccata” gloriosa, nessun trionfo di giochi di luci a sottolineare l’ascesa di Santa Lucia.
Le reazioni della piazza, già provata dal consueto clima ghiacciato della vigilia, furono (a voler esser benevoli nel riportarle) di scetticismo, forse anche di scandalo, tuttavia non ci fu molto tempo per rendersene pienamente conto. Le cateratte del cielo si aprirono generosamente, impedendo perfino l’apertura del carro successivo, quello del quartiere San Rocco, mettendo in fuga gli spettatori.

A detta dei maligni il Sommo Architetto mandò sulle terre che furono dei Moncada l’inverno più piovoso che si ricordi, sicuramente nel tentativo di replicare in piccolo il diluvio biblico, forse per annegare la supponenza di quei giovani figli di Eva.

E per esser sicuri di estirpare la mala pianta, dicono, piovve fino a marzo.

Sbaglierebbe però chi dovesse liquidare (per restare nella metafora idrica) il progetto e l’apertura di quel carro come un momento isolato e di “rottura”, volto solo a suscitare scandalo e chiacchiere fini a se stesse, che certo non mancarono nel paese della forficia.
Quel carro, il controcarro, volendo concentrarsi solo su una delle sue declinazioni, quella di denuncia e di protesta verso un sistema già tutto teso al profitto e contro un cattolicesimo statico e di “maniera”, rappresentò invece uno dei momenti, forse meno ricordati, ma di indubbio impatto, di un movimento, piccolo e spontaneo, via via sempre più esteso e organizzato.
Forse fu proprio quella rivoluzione conciliare che stava dirompendo dentro la chiesa dei fedeli, almeno quanto dentro la Curia, cui si aggiunsero le nuove istanze identitarie giovanili e la sensibilità politica e culturale nuova della prima generazione uscita dal Dopoguerra.
La prima generazione a conoscere il benessere e il superfluo, non si dimentichi che a Belpasso le strade(e non tutte) avevano scoperto l’asfalto da pochi anni.
Tanto contarono quei preti, “un clero coraggioso e di avanguardia, nonostante l’età anagrafica non lo lasciasse sperare”, talmente contagiati dal nuovo corso da aprire le canoniche e le parrocchie a momenti di incontro e di confronto, spesso dialettico.
Sono anni in cui la messa stessa, il momento di massima espressione di una comunità parrocchiale, viene strappata alle rassicuranti note di cori e organi e affidata alle chitarre e ai bassi elettrici, alle batterie e alle tastiere di quelli che diedero vita, a S. Antonio e al Purgatorio, alle cosiddette messe beat, negli stessi anni in cui Radio Vaticana era l’unica emittente a “passare” Dio è morto di Guccini, censurata dalla Rai perché ritenuta blasfema.

Assai fecondo è l’incontro con le realtà vicine e affini. Mani tese, nata nel 1964 per combattere la fame e gli squilibri tra Nord e Sud del mondo; altre comunità catanesi, il Clan dei ragazzi di padre Aresco; padre Gliozzo, mentore e padre non solo spirituale di molte idee.
Da questi scambi nacquero le raccolte porta a porta di abiti usati, carta e cartone, stracci.

Sono storie di uomini e di macchine: un piccolo autocarro blu forse un Fiat 615, espropriato (o concesso chissà) al padre di uno dei ragazzi, finì arruolato alla causa; alcune presse da fieno di un verde pallido furono messe in opera per l’assemblaggio delle balle di stracci e carta nella casa di padre Sanfilippo, alle spalle dell’abside della chiesa Madre, a pochi passi dalla sede scout del reparto Etna; una Fiat 1100 familiare arrivò per ottimizzare la logistica del gruppo.

Ma la storia si compone di grandi e piccole trame.
Se il contesto e il brodo di coltura in cui era nato l’embrione di quell’esperienza era nazionale e addirittura mondiale, più in piccolo sono gli incontri, anche casuali, e le amicizie, il collante principale di tanti progetti.
Proprio a ridosso del 1968, per esempio, l’apertura dei seminari consentì ad alcuni degli studenti belpassesi avviati alla tonaca, di frequentare da esterni il liceo classico Spedalieri di Catania.
La storia tende a riprodurre i suoi meccanismi con una certa autoironia. 
E così, come migliaia di anni prima, Adamo conosce Eva, la tanto sospirata mela diventa un frutto di tentazione e l’uscita dal seminario può dirsi completa. L’arcidiocesi catanese piange ancora qualche prete mancato (chissà), in compenso la comunità locale si fregia di musicisti, psicanalisti e professionisti di indiscussa fama.
Nonostante un tessuto sociale da piccolo paese (Belpasso è abbondantemente sotto i quindicimila abitanti), ancora molto condizionato dalle appartenenze di quartiere, con bassa dinamicità tra i gruppi, si crea rapidamente una comitiva trasversale rispetto agli interessi e alla topografia. Contribuiscono amicizie comuni, tragitti in autobus o sulla circumetnea per raggiungere le scuole superiori, ormai di massa, perfino l’acquisto di una marca da bollo nella tabaccheria di fronte l’allora bar Recupero di Via Roma, sarà galeotta.

Le iniziative che si occupavano in modo differente di povertà, fame, lebbrosi costituirono per mesi il fulcro intorno a cui nacquero amicizie e relazioni indissolubili e, per gemmazione, altri progetti.
Il ’72 è l’anno del controcarro, certo, ma anche della mostra fotografica allestita, sempre per sensibilizzare e raccogliere fondi per i poveri tanto a cuore a Raoul Follereau, nei locali della Coldiretti di Via Roma.
Soprattutto, è l’anno di Passio ’72, un recital che da Belpasso si propagò prima ai paesi vicini, ricordata unanimemente è la tappa di Zafferana, poi in tournée per la Sicilia: Ragusa, Modica, Scicli. Un testo che rivisitava in musica la passione di Gesù Cristo, già ripensata dal Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini otto anni prima, tutto declinato sulle parole e le vicende degli umili, dei poveri, “sulla sostanza delle cose, più che sulla loro forma”, sull’uomo Cristo e sul Cristo uomo.
Un Cristo, assai barbuto e in nero, che per sopportare l’amaro supplizio di una lunghissima crocifissione, appena mitigato dalle risate suscitate dalle dizioni non proprio pulite di alcune interpreti, durante la finzione scenica ricorreva a sottilissimi fili di nylon per sostenere le braccia esauste, prima del liberatorio: “È morto, è morto!” con le o apertissime e strascicate della parlata paternese.

Altri progetti, altre idee seguirono. 
Altri arrivi in quello che inizialmente fu una piccola cellula e che col tempo divenne un gruppo, sempre più aperto e ampio, che attraversò, contribuendovi in maniera tangibile, una delle stagioni più interessanti e produttive nel microcosmo, spesso asfittico, di Belpasso. E quando proprio non si poteva portare qualcosa in paese, allora si partiva, come la volta in cui, contagiati dallo spirito olimpico e assistiti dalla buona sorte, quei prodi raggiunsero Monaco per le Olimpiadi.

Nel 1973 una parte del gruppo diede vita a “Belpasso”, una rivista di discreta tiratura e di altrettanto successo. Nel 1981, alle soglie di quell’ampio fenomeno che in tutta Italia rappresentò il rientro nella dimensione del privato e, spesso, del disimpegno, che prese il nome di riflusso, nacque L’amico club, che raccoglieva in sodalizio tutto il gruppo di partenza, cui si aggiunsero tanti amici e curiosi. Club che continuò a distinguersi per anni nella promozione della cultura, dell’arte, della socialità.

Alcune collaborazioni divennero amicizie, certe unioni matrimoni e, negli anni, figli.
Uno di questi sono io.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

venerdì 1 novembre 2013

La festa dei morti 2.

Per l'occasione lo strumento passa in mano a Nunzio Sambataro, amico e poeta che ringrazio.


I’ morti

Stanotti
Arrivunu
alleggiu alleggiu
i murticeddi,
senza sgrusciu
ccu’sciatu sirenu
e vasuna di pinzeri
antichi
e duci.
Cu’ manu d’amuri
accarizzunu ‘u sonnu
e posunu cuntenti e sireni
gioia e cosaduci.
Stanotti
ridunu ‘i murticeddi
e muti muti
aspettunu l’alba
accostu li suspiri
di’ picciriddi
chi l’hanu aspittatu
ccu’ l’occhi ‘a pampinedda.
Ora
‘nsonnu
cci parrunu
senza timuri.
‘sta notti
‘a morti
addiventa vita
chi crisci
‘ntò cori di’ vivi.

lunedì 14 gennaio 2013

Respira


"Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita... La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.
Senza di essa non siamo nulla..."
Luis Buñuel


giovedì 26 gennaio 2012

Calcio totale


Ben prima che Zeman incantasse con la sua filosofia tattica, a Belpasso il gioco del calcio era già totale.

In quell’epoca in cui il pistacchio era solo un gusto di gelato (di cui diffidare se il colore virava troppo al verde Kawasaki) e Totò Schillaci secondo solo a S. Lucia quanto a numero di devoti, i nostri pomeriggi, fatta la tara ai compiti (non sempre né per tutti) erano interamente dedicati al gioco, dunque per l’assenza di altri diversivi domestici oltre la televisione, alla strada.

Principe dei giochi, senza timore di banalizzazione, era il pallone.

Novantanove volte su cento il virus si contraeva in età scolare e si saldava al tifo. Così insieme a un cognome, ci si trovava costretti ad avere anche una squadra da tifare.
All'epoca dei fatti si ignorava senza alcuna vergogna l’esistenza del calcio Catania, quasi tutti i bambini di mia conoscenza dividevano i loro favori tra le blasonatissime Juve Milan Inter.
Maradona rendeva tifabile il Napoli.
Vicende mitologiche mai del tutto chiarite portavano alcuni a interessarsi del Como (un anonimo santantonese), della Fiorentina, del Cesena, della Roma (con questi ultimi compagni di fede mantengo ancora la fratellanza).

Il tifo si concretizzava, prima ancora che nell’imitazione atletica dei campioni, nel non meno aerobico gioco delle figurine, naturalmente Panini, da collezionare e non sia mai scambiare, piuttosto da usare come posta al gioco da’ ciuscia, che genitori e nonni chiamavano puspra.
Non ho mai saputo, e come tanti porterò il segreto oltre tempo massimo, per quale motivo il verbo designato per indicare la vincita fosse pulicare, o le origini di quel regolamento non scritto che prevedeva ciusciati, manati e sauti a’ buffa.
Di sicuro il ricordo, indissolubilmente saldato al terrore di vedersi sequestrato il bottino da insegnanti, educatori e catechisti vari, mi intenerisce ancora.

Superato il primo biennio delle elementari, durante il quale si era esercitata l’arte del pulicare su tutte le superfici praticabili, diventava più semplice ottenere il permesso per uscire in strada già nel primissimo pomeriggio. O per sentirsi meno in colpa se si evadeva dai domiciliari causa compiti.

A onor del vero il pallone era solo una delle discipline ammesse, certo la prediletta, ma necessitava appunto di un pallone e non sempre si poteva contare su un Super Tele o affini.
In ogni caso nascondino, stregacomandacolore, sciancateddu erano palliativi per tossici in crisi d’astinenza, tentativi di coinvolgere anche il sesso femminile o diversivi per temporeggiare un po’ e non turbare, troppo, la quiete pomeridiana do' menziornu e le relative pennichelle di lavoratori turnisti o anziani, uno il temibilissimo u’Vecchiu, munito di coltello o chiodo, si distinse per aver inviato nel paradiso dei palloni numerosissimi esemplari.

Rette e traverse, per lo meno fino alla VI (quasi l’intero quartiere S. Antonio di levante e di ponente), data l’ancor scarsa pendenza, pullulavano di goleador.
Altri campetti improvvisati, più o meno stabili, si realizzavano nelle campagne adiacenti (bastavano poche decine di metri allora, prima che la città crescesse) con pratiche linee laterali in basalto lavico e porte di lapazze, le assi sottratte ai cantieri edili, nella cui costruzione si cimentava con indiscutibile maestria Turi Dance, incontrastato maestro della carpenteria ludica.

Il tempo dei campetti in erba sintetica, del calcio a cinque o a sette era ipotetico e fantascientifico, e l’appuntamento ufficiale più importante era il torneo comunale che si teneva sulle mattonelle di cemento di Piazza Duomo, con pendenza assai poco regolamentare, opportunamente ingabbiata dalle reti di protezione. Si trattava di un torneo tra quartieri, se non ricordo male, il cui contorno di zuffe e scommesse clandestine, non favoriva la presenza di bambini, comunque numerosissima e attiva nel recupero palloni.


Ma si giocava un po’ dovunque: nel parcheggio interno delle scuole medie, prima e dopo la sirena di entrata e uscita, a ridosso della sua palestra in un’indegna pietraia; nelle vicinanze del botteghino in cui si riequilibravano con scarpette, banane, fragoline sintetiche gli zuccheri persi.
E ancora, nelle poco trafficate strade della Silva; ovunque al Campo fiera, al collegio Sava (i più grandi d’età e i fortunati) dove la disciplina, per via del fondo sabbioso tendeva al beach soccer; in piazza Duomo davanti alla scuola o dentro il cortile della scuola elementare Plesso Centro oppure, trasferta temibilissima, in Via Capuana.

Per confronti numericamente significativi c’era sempre il vecchio e assai malandato S. Gaetano, le cui porte sempre spalancate evitavano la fatica e il riscaldamento di scavalcarne le recinzioni e nei cui spogliatoi campeggiava l’ormai leggendaria scritta: “Cu rumpi pava e cu tumma a’ vo’ pigghia”, riferita ai danni da pagare e ai palloni da recuperare.

Campi di quartiere e incroci erano terreni di gioco a rigida compartimentazione territoriale, in cui cicciottelli con serie dipendenze da gelati e merendine (me medesimo tra i tanti) facevano da cornice a talenti purissimi che in non pochi casi accedevano alle giovanili locali o ai prestigiosi vivai di Giarre e Acireale.

Il club cui immeritatamente ero iscritto aveva come terreno di gioco l’asfalto ad angolo tra la III Traversa e la I Retta Levante, con rarissime incursioni sulla I Ponente, dove però si formava un rinomato laghetto lungo dieci metri e largo tre e che dunque riservavamo alle discipline acquatiche.
Il gioco era assai evoluto e non solo per un miope occhialuto di posizione come me.
Oltre alla variante comune della “porta romana”, un portiere unico privo di qualsiasi talento che non fosse lo spirito di sopravvivenza, che veniva usato per lo più come palo mobile e contro cui giocavano due squadre; l’elitario calcio tennis, destinato ai piedi fini o un gioco a eliminazione, sempre a porta unica, in cui si poteva calciare solo di prima, detto a’ vvolu.

Una certa appetibilità avevano le vie i cui incroci erano dotati dall’Acquedotto Bosco Etneo di fontanelle, quasi mai a secco, dispensatrici di ristoro gratuito.
Anni dopo l’alimentari a cento metri avrebbe iniziato a vendere un liquido quasi salato detto ghetorei, ma la rispettabilità della fontana restò intatta.
La nostra fontanella era a suo modo unica.
In primis perché sovrastata dai rami di un grande e generoso (lui sì, la signora Lucia padrona dell’orto un po’ meno) fico; poi perché tra gli avventori che venivano ad approvvigionarsi di acqua ricca in vanadio e sali minerali, c’era niente poco di meno che Gilommu, figura quasi mitologica del pantheon belpassese, illusionista errante, che tutti chiamavano mago, capace di estrarre dalle nostre narici penne, cucchiaini, palle pazze.
All’arrivo del suo Mercedes l’ “alt gioco” era obbligatorio. Il gioco sospeso come quando passava una macchina o se ne schiantava una nei pressi dopo frenata e botto e si correva a vedere l’effetto che fa.
Con Gilommu, in un istante, da piccoli giocatori ci trasformavamo in piccoli giocati, dalla sua bravura, dalla sua barba biblica, dai suoi occhi felici di distribuire a noi, quasi e quasi tutti innocenti, meraviglia.
Quando la primavera iniziava a farci presagire l’estate, e già Giannini(*cfr. Commenti) e Bennato facevano da colonna sonora alle nostre partitelle in attesa delle notti magiche, la fontanella integrava la sua funzione primaria, trasformandosi in doccia, unico rimedio alla calura insieme agli indimenticabili gelati di don Paolo, gelataio itinerante automunito, che preannunciava con radio al massimo volume e fischietto fuori ordinanza il suo arrivo.
“Sono stato il primo, come la Ferrero”, si leggeva sulle fiancate del suo furgoncino.
Coni o briosce farcite, panna, pochi gusti, sempre un po’annacquati.
Tutti con lo stesso sapore.
Il buonissimo.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine e la natura per avermi dato occhi migliori dei piedi)

martedì 4 ottobre 2011

Piano Tavola. Ricordi autonomi e saggi ginnici

A quattordici anni, poco tempo prima delle prime sigarette mattutine, si aspettava, per le vie del paese l’autobus arancione dell’Fce, diretto alla stazione di Belpasso.
La cosa, ridicola già allora, e suppongo da molto tempo prima, era che la stazione di Belpasso si trovasse a dieci km da Belpasso, in un’appendice a valle ripartita e assegnata tra quattro comuni e che oggi è al centro di una pittoresca disputa territoriale.
Il signor Bassini, rosso e baffuto autista, con occhiaie e sigaretta d’ordinanza, ci accoglieva bonario, con la sua aria da Alberto Castagna delle pendici etnee, e ci depositava dolcemente nel piazzale antistante la stazione di Belpasso-Camporotondo, nonostante la navetta avesse la dicitura Belpasso-Piano Tavola. Misteri della topografia, Bassini non aveva certo sbagliato strada.
La strada, morti violente incluse, è poco differente da quella attuale: tornanti tra le chiuse nella prima parte, un lunghissimo rettilineo che dalla Dais giungeva ai binari attraversando sciare, capannoni e frantoi, gli stessi che divoravano monte Cenere e la sua storia trasformandolo in calcestruzzo e villette abusive.

La stazione, lì dal 1895 e l’annesso chiosco di ristoro, coincidevano con l’idea che avevo allora (e in parte oggi) di Piano Tavola.
Il chiosco di Orazio Scalia soprattutto. Assai meno cabinato di oggi, il ciospo poteva vantare un buon caffè, ottime bevande, un bellissimo acquario e, più di ogni altra cosa, l’inesauribile estro del capopopolo Araziu.
Affabile e gentile, con lo sguardo pulito, il baffetto mai domo e una dose infinita di battute divertenti e di storie avvincenti.
Lo ascoltavo con piacere, già da bambino, quando di ritorno da qualsiasi viaggio fuori porta, la sosta da lui era obbligatoria per un’amarena con frutta o un seltz limone e sale.
Scalia, allora esponente della Democrazia Cristiana (cfr. commenti) e (quasi) viceré di Piano Tavola, intratteneva per ore il pubblico costituito soprattutto da operai, agricoltori, viaggiatori, bigliettai e autisti.

Piano Tavola per me si esauriva in quei pochi metri quadrati.
Certo anche allora c’era dell’altro. Qualche macelleria, un barbiere che aveva inalberato l’insegna Salone, forse per confondersi meglio con l’aria da paesino del west americano che la frazione mantiene anche oggi, la chiesa senza facciata, qualche fontanella sotto il livello della strada per sfruttare meglio il principio dei vasi comunicanti.
I miei ricordi si limitano a queste poche cose. 

Forse con l’unica eccezione delle scuole elementari di via Piersanti Mattarella, in cui un Giuseppe Piana mio predecessore (don Pippinu) spadroneggiava incontrastato in qualità di capo ras dei bidelli.
La scuola, oggi intitolata al papa polacco, suppongo perché madre Teresa di Calcutta, morendo prima, avesse già avuto in dote il glorioso “Plesso centro” di piazza Duomo, disponeva di un campo da tennis regolamentare in cui il nonno bidello tentava di avviare me e mio cugino Massimo allo sport.
Evenienza sempre piacevole nei miei ricordi, se si esclude un match micidiale giocato a mezzogiorno sotto il sole di giugno e con un paio di Superga ai piedi. Non avevano ancora inventato i fantasmini. "e l' modo ancor m'offende".

Lì la littorina, con i suoi sedili di similpelle che rendevano speciale l’aria già densa di umori e odori di remoti comuni montani, ci avrebbe condotto con “fascistissimo impetuoso incedere” nel cuore di Catania, dove sarebbero iniziate le nostre giornate alla volta delle scuole o dell’avventura metropolitana.
C’erano gli aspiranti periti agrari (non da soli) che per primi si fermavano a Cibali, anche se un oscuro borrellese frequentatore dell’odontotecnico ci lasciava già a Nesima; poi scendevano, alla stazione di Borgo i futuri geometri e i futuri ragionieri del Vaccarini e del De Felice, più tutti i caliatori (in molti casi le caratteristiche combaciavano perfettamente) sfaccendati sia occasionali sia professionisti. Infine, a corso delle Province, io e pochi altri in direzione Cutelli.
La fauna giovanile che popolava i vagoni di quella ferrovia a scartamento ridotto era variegata.
Partendo da Riposto e cingendo l’Etna per 111 km totali, la Circumetnea, (a’ Ciccum) metteva insieme brontesi, adraniti, biancavilloti, paternesi, e così via, rigidissimamente compartimentati per etnia, con reciproche differenze e diffidenze.
La sezione belpassese, come le altre, era a sua volta suddivisa per età in matricole e anziani.
Il rito di iniziazione, denominato in maniera poco originale vattiu (battesimo), consisteva in una carramata o’ scuru, altro modo poco originale per indicare una pioggia di sberle assortite da ricevere sotto la protezione di un giubbotto e, naturalmente, di un padrino.
Il mio padrino, cui da allora sono legato per vincolo indissolubile, fu un borrellese, cui ancora voglio bene, che portava il soprannome di Trappola.
L’esperienza non fu eccessivamente traumatica, ben peggiori erano gli analoghi riti da subire nelle rispettive scuole, ma, per sommo accanimento del destino, lo stesso anno cambiai scuola alla fine del primo quadrimestre, dunque le carramate furono tre (una sulla littorina, due a scuola).
Ma d’altronde, perfino la Costituzione prevede un premio per i capaci e i meritevoli.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

martedì 25 gennaio 2011

Per Te(x)

Sonno e sogno, proprio come nelle lingue che hanno una sola parola per definire entrambe le azioni, si confondono nel ricordo del bar Tex.

Unico tra i tantissimi bar del paese a poter vantare fino a qualche anno fa il titolo di “notturno”, il Tex ha in realtà nome ben più affine al paese e al quartiere in cui è collocato, San Giuseppe. E al nome di quel santo lavoratore è appunto dedicato.
Le origini dello pseudonimo Tex, caso raro di pecco attribuito ad attività commerciale e non a persona (secondo una storpiatura diffusa, Texas), farebbe riferimento a Tex Willer, noto pistolero dei fumetti, di certo mai cliente, ma evocato iconicamente a ricordo di una sparatoria che sarebbe avvenuta nei pressi.
Storie di corna a quanto pare, con un ferimento. 
Il resto è leggenda paesana.

Ogni bar, qui nel paese dove superano in numero qualsiasi altra attività commerciale, ha una sua intrinseca ragion d’essere: la bontà della pasticceria, la granita più morbida, la cipollina invincibile, una certa posizione strategica, l’eccellenza del caffè (questo il caso del Tex), la possibilità di occuparne in pianta stabile i tavolini, quasi come soci di un club esclusivo. Come per molte altre realtà, infatti, il bar ha clientele fedeli e più o meno stabili, paragonabili a partiti ben strutturati, in cui spiccano tribuni della plebe che, con il pretesto di un caffè postprandiale, discettano urbi et orbi dell’intero scibile umano e, soprattutto, di pallone e politica.
Quante vane chiacchiere, quante perle di saggezza sconfinata (in rapporto di mille a una) hanno inteso i gradoni davanti all'ex Club 84, o l’imponente palma del Bar Buco o le basole di Via Roma davanti al Cin Cin Bar.
Nulla di tutto questo per quanto riguarda il Tex.
Insieme al Garden Bar, altra storica realtà che meriterebbe (meriterà?) uno spartito a sé stante, è anche rivendita di tabacchi, cosa che lo rende più trasversale di altri, dunque più agevole porto di mare. 
E non solo per il soccorso che a tutte le ore offre magnanimamente.
Chissà se il progettista che ha disegnato la piazza di fronte, dotandola di bitte e di moli in pietra lavica, non si sia ispirato proprio a questo suo carattere marinaro. 
Bar dalla doppia identità, ordinario come tanti alla luce del sole e tra i meno celebrati (anonimi calunniatori sostengono da anni l’annacquamento sistematico degli alcolici), con annessa sala biliardo e tavolini per il gioco delle carte, che contribuivano a farne luogo variamente frequentato, mostrava la sua anima verace la notte, durante il regno incontrastato dei perdigiorno e degli insonni.
Per alcuni, invece, la notte al Tex era la porta del mattino. 
Due le specie interessate: i cacciatori e i funciari (altrimenti detti raccoglitori di funghi) che si preparavano nell'aria pungente dell’alba. Truppa variegata, cui immeritatamente mi sono più volte unito, che in verde mimetico propiziava le rischiose spedizioni per monti e pianure davanti a cappuccino e cornetto (dilettanti e giovani di belle speranze), a caffè stretto (semiprofessionisti), oppure a Stravecchio Branca (professionisti navigati).

Per tutti il sipario si alzava immancabilmente poco dopo la mezzanotte, lo spettacolo invece aveva il suo apice alle 4, quando da un retrobottega misterioso, faceva la sua apparizione l’etoile incontrastata della compagnia.
In bianco d’ordinanza, come un pasticcere anni sessanta, Orazio Scuderi, per tutti invariabilmente u’ Zu’ Araziu, talmente affezionato alla sua candida mise da farne abbigliamento per tutte le occasioni.
Banconista, animatore, monologhista di quelle notti, sovvertiva con grosse dosi di ironia le regole. A chi osasse disturbarlo per un bicchier d’acqua indicava la fontanella della piazza (“a funtana dda fora funziona!”), poi dando piena attuazione ai principi dell’autogestione, nel proletario quartiere S. Giuseppe, introdusse l'uso della bottiglia sul bancone, con pila di bicchieri annessa, a disposizione per il democratico self-service (innovazione questa sopravvissuta alla fine di quella stagione gloriosa).
Da attore consumato ripeteva infinite volte la sua battuta a chi gli domandava un cornetto: “Schichilatti, crema bianca o mimmillata?” con la mano munita di tovagliolo, già su un cornetto a sua scelta.
E allora quella che solo apparentemente rappresentava una scelta di farcitura, diventava il dubbio amletico sull'uniformarsi o no al volere do’ zù Araziu.
A chi lo assecondava un sorriso complice e sincero, a chi rallentava di poche frazioni di secondi il suo lavoro da one man show, una velenosa smorfia di superficiale fastidio.
Inimitabile.
Al punto da far coincidere il suo pensionamento con la chiusura notturna del bar. 
Un timido tentativo della proprietà fallì nel giro di poco per carenza di phisique du role e da allora Belpasso non ha più un refugium peccatorum notturno.
Malgrado ciò il Tex continua a vivere nella sua epopea, ed è ancora capace di stupire.
Retorico?
Date un’occhiata ai quadri appesi alle pareti e ditemi in quale altro bar che non sia in Toscana, avete  mai trovato vedute di Firenze e di Ponte Vecchio.
(Al consueto ringraziamento a Car+C+8 Design per l'immagine, associo il drugo e bruce, per la preziosa collaborazione)

giovedì 2 dicembre 2010

Oggi si macella

Alcune botteghe esponevamo il cartello il martedì, altre il giovedì, a rotazione più o meno tutte.
Oggi si macella, a caratteri rossi su fondo bianco.
Il messaggio era rivolto ai ghiotti intenditori (un tempo invece ai più miseri tra i poveri) e stava a significare che insieme ai tagli freschissimi di prima scelta, al tritato, allo stufato, erano disponibili succose e sanguinolente interiora: fegato, trippa, cuore, testicoli, polmone, reni.
Le macellerie, come altre categorie commerciali paesane quali il barbiere, il parrucchiere, il panificio, rispondono a criteri di scelta particolari.
Non si diventa semplicemente clienti, ma, come avviene per una fede religiosa o per un convincimento politico, affiliati in maniera esclusiva, permanente e definitiva.
Addirittura eterna se si pensa che il titolo di associati a una determinata bottega si tramanda di generazione in generazione: impensabile affidare i propri capelli a forbici diverse da quelle che hanno tagliato i capelli di tuo padre, e che tagliarono quelli di tuo nonno.
Figurarsi per il tritato di primo taglio o per la salsiccia.
Per le macellerie, specie negli sgargianti anni Ottanta, il vincolo tra cliente e macellaio era, letteralmente, di sangue.
Servirsi in una o in un’altra costituiva un marchio, un distintivo da sfoggiare durante scampagnate e luculliani arrusti e mangia, grigliate rituali che si celebrano per le occasioni speciali. Cioè sempre.
La descrizione di questa liturgia meriterebbe un capitolo a parte.
Due sono le modalità di festeggiamento a denominazione di origine controllata: a’ mangiata e l’arrusti e mangia.
Spesso accorpabili, questi due momenti caratterizzano i principali appuntamenti festivi: 25 aprile, 1° maggio, Pasquetta, Ferragosto; sono imprescindibili per inaugurare una costruzione in compagnia di carpentieri e maestranze; irrinunciabili in caso di campagna elettorale, quando si può perfino reiterare; assai consigliati per addii al celibato (soprattutto se si tiene a perderlo il celibato); raccomandati per compleanni, scampagnate, incontri associativi.
Andare a mangiare una pizza, bere una birra, sono eretici palliativi.

Le ricordo affollatissime, non era ancora tempo di supermercati e centri commerciali dove comprare tutto (dalla soletta alla sottiletta) bianche di marmi e piastrelle, illuminate a giorno per far risaltare il rosso delle carni esposte.
Il gusto estetico, ovviamente, tendeva al truculento: c’era chi esponeva interi quarti appesi, chi non riusciva a resistere all’ostensione della testa del sacro maiale accessori inclusi, chi addirittura il maiale intero avvolto di festoni e luci natalizie.
Il picco delle meraviglie però era senza dubbio l’enorme pelle di vacca pezzata, bianca e nera, stesa sulla parete alle spalle del bancone di Orazio Santonocito, titolare dell’omonima macelleria.
Era la macelleria più grande e rinomata del quartiere S. Antonio. 
Non era l’unica certo, Via Roma poteva contare sulla media di una rivendita ogni tre quattrocento metri, ma quella ad angolo con la VII Traversa aveva oggettivamente un pubblico di fedeli ed estimatori assai vasto.
Il “buonasera don Pippino” rivolto a mio nonno, il cui dito stringevo con la mano, era un appuntamento settimanale imperdibile.
L’acquisto della carne necessaria al pranzo di famiglia domenicale, un momento quasi iniziatico.
L’approvvigionamento prevedeva: maiale e manzo per lo stufato con le patate, da cui trarre anche il sugo per la pasta, cento/centocinquanta centimetri di salsiccia in nodi, tritato di secondo taglio per il falso (falsissimo)magro, fettine per le donne e i bambini, costolette di maiale per secondo e puntine di maiale (i pittinicchi, sia lode a Dio creatore) per dessert.
Al bisogno, e secondo stagione o festività, si poteva integrare l’apporto proteico con lardo, gelatina e salsicce essiccate.
Le donne avrebbero messo mano all’alba alla preparazione dello stufato, impastato il tritato con uova, prezzemolo e pan grattato, messo al forno le salsicce con le patate. Ma la scelta, previa rapida consultazione, e l’acquisto erano di stretta competenza maschile e la macelleria, al pari del barbiere, era territorio per uomini. 
Quella macelleria sicuramente.
Accompagnando padri, zii o nonni si apprendevano gli elementi necessari per tramandare colesterolo, trigliceridi e ipertensione di generazione in generazione.

“Vorrei mezzo chilo di costata, ma di quale animale non me lo ricordo.”
“Giovanotto, qua abbiamo vitello o maiale, quale animale e animale... “.
“Non lo so, torno a chiederlo a mio nonno”.
L’animale era la “trinca” e le risate del macellaio Consoli, grasse ma indulgenti, le ricordo ancora.
Mio nonno mi aveva commissionato l’acquisto di mezzo chilo di fettine e io avevo dimenticato la parola trinca, credendola chissà quale ignoto mammifero. 
In quell’occasione, a prezzo di rossa vergogna e sberleffo, appresi che la trinca era una parte, la costata della lunga, e non una bestia macellabile.
Anni dopo avrei iniziato a chiamarla roastbeef.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

venerdì 5 novembre 2010

La festa dei morti

Comando supremo, 4 novembre 1918, ore 12.
La guerra contro l'Austria - Ungheria che, sotto l'alta guida di S.M. il Re, duce supremo, l'Esercito Italiano, inferiore per numero e per mezzi, iniziò il 24 maggio 1915 e con fede incrollabile e tenace valore condusse ininterrotta ed asprissima per 41 mesi, è vinta.[…]

Per qualche anno, da bambino, avevo imparato a memoria il testo integrale del Bollettino della Vittoria.
Insana e patriottica passione che condividevo con Antonino Recupero, a quanto mi risulta.
Entrambi (prima lui, l’anno dopo io) fummo incaricati di leggere il testo durante la cerimonia annuale davanti al Sindaco e alle autorità. Inderogabili leggi non scritte prevedevano che la lettura fosse affidata a un pargolo in divisa scout. Probabile retaggio delle cerimonie del Ventennio in cui la lettura era affidata a un balilla, o forse perché la voce di un bambino in pantaloni corti a novembre, vibra come quella di Diaz nei vecchi altoparlanti delle radio a valvole.
Due decenni dopo, posso finalmente confessare che invidiai tantissimo Antonino.
Lui aveva letto in maniera marziale davanti al bronzeo monumento della XII Traversa, io dall’ambone della Chiesa Madre, come una qualsiasi preghiera dei fedeli, dato il nubifragio che aveva impedito la cerimonia in plein air.
La cerimonia al monumento dei caduti, forse per i programmi musical-risorgimentali della maestra Spina che contemplavano Mameli, Piave mormorava e Bella ciao, o per la lettura intensiva del libro Cuore Giunti che mi toccò in regalo, era molto emozionante.
Insieme ai pennarelli turbo color Giotto che i miei nonni mi regalavano, erano queste due cose a farmi pensare ai Morti e alla morte.
Non era tradizione della mia famiglia ricevere regali in quell’occasione.
Non avevamo morti che potessero mandarceli. Infatti iniziai ad averli da mio nonno materno quando morì suo padre e smisi di riceverli quando morì lui.
La prima settimana di novembre era interamente consacrata ai morti.
Il resto del mondo creato si accontenta del 2, commemorazione dei defunti, e del 4, anniversario della Vittoria, oggi anche del 31 ottobre, per via di Halloween, esempio concreto di come l’occupazione statunitense possa dirsi compiuta e irreversibile.
Anni fa, invece, i Morti, erano una festività composita che al suo interno aveva storie, sapori, concetti, lontananza, dolore, ricordo. Già dagli ultimi giorni di ottobre il clima risentiva di quest’atmosfera di festa malinconica.
I bar e le nonne si cimentavano nella preparazione delle ossa dei morti, biscotti onestamente appena commestibili, la cui durezza è proverbiale, ottimi come corpi contundenti nelle piccole risse tra bimbi.
Paese pirotecnico, dunque affezionato a botti e polveri piriche, Belpasso apriva la vendita di minerve, svedesi, miniciccioli e assicutafimmini (sic!) proprio ai primi di novembre, complici i due giorni di festività scolastica. Le operazioni di artiglieria si concludevano due mesi dopo, per l’Epifania, che notoriamente tutte le feste porta via.
Il cimitero, paradossalmente, prendeva vita proprio in quei giorni.
I sepolcri, per tutto l’anno aridi, polverosi e con i fiori rinsecchiti, brillavano per via delle grandi pulizie d’occasione e odoravano di fiori freschi.
I fiorai assecondavano il desiderio di riparazione dei tanti che si sentivano in obbligo di spartire mazzetti a zii, nonni, avi, cui per tutto l’anno al massimo avevano speso un “bonamma” o qualche “eterno riposo dona a loro Signore.” . E amen.
Le strade vicine al cimitero, già a partire dall’angolo tra Via Roma e u’ Stratuni (la IV Traversa lato di levante) erano punteggiate dai secchi azzurri colmi di crisantemi bianchi o gialli, gonfi come petti di colombi, che venditori improvvisati organizzavano per contendere clienti ai fiorai.
Poco oltre le colonne bianche del cimitero, a mo’ di altare della patria in sedicesimo, i necrofori posizionavano una bara vuota e la corona di fiori del Comune e dell’Associazione nazionale reduci e combattenti, in memoria del milite ignoto (nel caso specifico assente più che ignoto). Mi stupivo sempre del fatto che moltissime persone staccavano un fiore dal proprio prezioso mazzo per omaggiare una bara vuota. Oggi, sapendo che l’omaggio andava alla memoria e al ricordo dei molti mai più tornati dal loro unico viaggio fuori dalla Sicilia, mi commuovo.
Allora, invece, assolta rapidamente la distribuzione di preghierine davanti a ovali ceramizzati che ritraevano parenti mai conosciuti, ma cui pian piano si imparava a voler bene, l’attrazione principale erano i due grandi ossari poligonali. I più temerari si avventuravano a sbirciare affacciandosi dal foro di apertura, da cui nitidamente si vedevano cataste di crani, e ossa assortite.
Altrettanto gettonata nell’hit-parade dark di noi fanciulli erano i sepolcri contenenti frasi, simboli e richiami horror del tipo: "Ricordati che devi morire", "Tutto finisce", "Fummo come voi sarete come noi". Simpatici memento mori che, ovviamente, abitavano i nostri incubi per i giorni successivi.
"Due cose belle ha il mondo: amore e morte". E non serve essere romantici per cogliere il senso del pensiero di Leopardi.
Sono stati versati litri di inchiostro e pubblicate centinaia di pagine sul rapporto tra Sicilia e morte, sul lutto, sul concetto di memoria dei defunti nella società rurale.
In effetti è difficile trovare altrove un legame tanto atipico tra il mondo dei vivi e quello dei morti, così intriso di greci di arabi e di magia.
La cesura del passaggio non sembra mai del tutto completata, la separazione fisica incide le carni dei vivi e si protrae nel lutto perpetuo e nel nero delle vesti, o dei bottoni per uomo, ormai quasi scomparsi, da appuntare al bavero della giacca.
Tutto sommato era una delle feste più belle.
Con generosa affettuosità, erano quelli che erano andati via a invitarci e a spedirci doni.
"Celeste è questa
corrispondenza d'amorosi sensi,
celeste dote è negli umani."
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)