martedì 4 ottobre 2011

Piano Tavola. Ricordi autonomi e saggi ginnici

A quattordici anni, poco tempo prima delle prime sigarette mattutine, si aspettava, per le vie del paese l’autobus arancione dell’Fce, diretto alla stazione di Belpasso.
La cosa, ridicola già allora, e suppongo da molto tempo prima, era che la stazione di Belpasso si trovasse a dieci km da Belpasso, in un’appendice a valle ripartita e assegnata tra quattro comuni e che oggi è al centro di una pittoresca disputa territoriale.
Il signor Bassini, rosso e baffuto autista, con occhiaie e sigaretta d’ordinanza, ci accoglieva bonario, con la sua aria da Alberto Castagna delle pendici etnee, e ci depositava dolcemente nel piazzale antistante la stazione di Belpasso-Camporotondo, nonostante la navetta avesse la dicitura Belpasso-Piano Tavola. Misteri della topografia, Bassini non aveva certo sbagliato strada.
La strada, morti violente incluse, è poco differente da quella attuale: tornanti tra le chiuse nella prima parte, un lunghissimo rettilineo che dalla Dais giungeva ai binari attraversando sciare, capannoni e frantoi, gli stessi che divoravano monte Cenere e la sua storia trasformandolo in calcestruzzo e villette abusive.

La stazione, lì dal 1895 e l’annesso chiosco di ristoro, coincidevano con l’idea che avevo allora (e in parte oggi) di Piano Tavola.
Il chiosco di Orazio Scalia soprattutto. Assai meno cabinato di oggi, il ciospo poteva vantare un buon caffè, ottime bevande, un bellissimo acquario e, più di ogni altra cosa, l’inesauribile estro del capopopolo Araziu.
Affabile e gentile, con lo sguardo pulito, il baffetto mai domo e una dose infinita di battute divertenti e di storie avvincenti.
Lo ascoltavo con piacere, già da bambino, quando di ritorno da qualsiasi viaggio fuori porta, la sosta da lui era obbligatoria per un’amarena con frutta o un seltz limone e sale.
Scalia, allora esponente della Democrazia Cristiana (cfr. commenti) e (quasi) viceré di Piano Tavola, intratteneva per ore il pubblico costituito soprattutto da operai, agricoltori, viaggiatori, bigliettai e autisti.

Piano Tavola per me si esauriva in quei pochi metri quadrati.
Certo anche allora c’era dell’altro. Qualche macelleria, un barbiere che aveva inalberato l’insegna Salone, forse per confondersi meglio con l’aria da paesino del west americano che la frazione mantiene anche oggi, la chiesa senza facciata, qualche fontanella sotto il livello della strada per sfruttare meglio il principio dei vasi comunicanti.
I miei ricordi si limitano a queste poche cose. 

Forse con l’unica eccezione delle scuole elementari di via Piersanti Mattarella, in cui un Giuseppe Piana mio predecessore (don Pippinu) spadroneggiava incontrastato in qualità di capo ras dei bidelli.
La scuola, oggi intitolata al papa polacco, suppongo perché madre Teresa di Calcutta, morendo prima, avesse già avuto in dote il glorioso “Plesso centro” di piazza Duomo, disponeva di un campo da tennis regolamentare in cui il nonno bidello tentava di avviare me e mio cugino Massimo allo sport.
Evenienza sempre piacevole nei miei ricordi, se si esclude un match micidiale giocato a mezzogiorno sotto il sole di giugno e con un paio di Superga ai piedi. Non avevano ancora inventato i fantasmini. "e l' modo ancor m'offende".

Lì la littorina, con i suoi sedili di similpelle che rendevano speciale l’aria già densa di umori e odori di remoti comuni montani, ci avrebbe condotto con “fascistissimo impetuoso incedere” nel cuore di Catania, dove sarebbero iniziate le nostre giornate alla volta delle scuole o dell’avventura metropolitana.
C’erano gli aspiranti periti agrari (non da soli) che per primi si fermavano a Cibali, anche se un oscuro borrellese frequentatore dell’odontotecnico ci lasciava già a Nesima; poi scendevano, alla stazione di Borgo i futuri geometri e i futuri ragionieri del Vaccarini e del De Felice, più tutti i caliatori (in molti casi le caratteristiche combaciavano perfettamente) sfaccendati sia occasionali sia professionisti. Infine, a corso delle Province, io e pochi altri in direzione Cutelli.
La fauna giovanile che popolava i vagoni di quella ferrovia a scartamento ridotto era variegata.
Partendo da Riposto e cingendo l’Etna per 111 km totali, la Circumetnea, (a’ Ciccum) metteva insieme brontesi, adraniti, biancavilloti, paternesi, e così via, rigidissimamente compartimentati per etnia, con reciproche differenze e diffidenze.
La sezione belpassese, come le altre, era a sua volta suddivisa per età in matricole e anziani.
Il rito di iniziazione, denominato in maniera poco originale vattiu (battesimo), consisteva in una carramata o’ scuru, altro modo poco originale per indicare una pioggia di sberle assortite da ricevere sotto la protezione di un giubbotto e, naturalmente, di un padrino.
Il mio padrino, cui da allora sono legato per vincolo indissolubile, fu un borrellese, cui ancora voglio bene, che portava il soprannome di Trappola.
L’esperienza non fu eccessivamente traumatica, ben peggiori erano gli analoghi riti da subire nelle rispettive scuole, ma, per sommo accanimento del destino, lo stesso anno cambiai scuola alla fine del primo quadrimestre, dunque le carramate furono tre (una sulla littorina, due a scuola).
Ma d’altronde, perfino la Costituzione prevede un premio per i capaci e i meritevoli.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

martedì 25 gennaio 2011

Per Te(x)

Sonno e sogno, proprio come nelle lingue che hanno una sola parola per definire entrambe le azioni, si confondono nel ricordo del bar Tex.

Unico tra i tantissimi bar del paese a poter vantare fino a qualche anno fa il titolo di “notturno”, il Tex ha in realtà nome ben più affine al paese e al quartiere in cui è collocato, San Giuseppe. E al nome di quel santo lavoratore è appunto dedicato.
Le origini dello pseudonimo Tex, caso raro di pecco attribuito ad attività commerciale e non a persona (secondo una storpiatura diffusa, Texas), farebbe riferimento a Tex Willer, noto pistolero dei fumetti, di certo mai cliente, ma evocato iconicamente a ricordo di una sparatoria che sarebbe avvenuta nei pressi.
Storie di corna a quanto pare, con un ferimento. 
Il resto è leggenda paesana.

Ogni bar, qui nel paese dove superano in numero qualsiasi altra attività commerciale, ha una sua intrinseca ragion d’essere: la bontà della pasticceria, la granita più morbida, la cipollina invincibile, una certa posizione strategica, l’eccellenza del caffè (questo il caso del Tex), la possibilità di occuparne in pianta stabile i tavolini, quasi come soci di un club esclusivo. Come per molte altre realtà, infatti, il bar ha clientele fedeli e più o meno stabili, paragonabili a partiti ben strutturati, in cui spiccano tribuni della plebe che, con il pretesto di un caffè postprandiale, discettano urbi et orbi dell’intero scibile umano e, soprattutto, di pallone e politica.
Quante vane chiacchiere, quante perle di saggezza sconfinata (in rapporto di mille a una) hanno inteso i gradoni davanti all'ex Club 84, o l’imponente palma del Bar Buco o le basole di Via Roma davanti al Cin Cin Bar.
Nulla di tutto questo per quanto riguarda il Tex.
Insieme al Garden Bar, altra storica realtà che meriterebbe (meriterà?) uno spartito a sé stante, è anche rivendita di tabacchi, cosa che lo rende più trasversale di altri, dunque più agevole porto di mare. 
E non solo per il soccorso che a tutte le ore offre magnanimamente.
Chissà se il progettista che ha disegnato la piazza di fronte, dotandola di bitte e di moli in pietra lavica, non si sia ispirato proprio a questo suo carattere marinaro. 
Bar dalla doppia identità, ordinario come tanti alla luce del sole e tra i meno celebrati (anonimi calunniatori sostengono da anni l’annacquamento sistematico degli alcolici), con annessa sala biliardo e tavolini per il gioco delle carte, che contribuivano a farne luogo variamente frequentato, mostrava la sua anima verace la notte, durante il regno incontrastato dei perdigiorno e degli insonni.
Per alcuni, invece, la notte al Tex era la porta del mattino. 
Due le specie interessate: i cacciatori e i funciari (altrimenti detti raccoglitori di funghi) che si preparavano nell'aria pungente dell’alba. Truppa variegata, cui immeritatamente mi sono più volte unito, che in verde mimetico propiziava le rischiose spedizioni per monti e pianure davanti a cappuccino e cornetto (dilettanti e giovani di belle speranze), a caffè stretto (semiprofessionisti), oppure a Stravecchio Branca (professionisti navigati).

Per tutti il sipario si alzava immancabilmente poco dopo la mezzanotte, lo spettacolo invece aveva il suo apice alle 4, quando da un retrobottega misterioso, faceva la sua apparizione l’etoile incontrastata della compagnia.
In bianco d’ordinanza, come un pasticcere anni sessanta, Orazio Scuderi, per tutti invariabilmente u’ Zu’ Araziu, talmente affezionato alla sua candida mise da farne abbigliamento per tutte le occasioni.
Banconista, animatore, monologhista di quelle notti, sovvertiva con grosse dosi di ironia le regole. A chi osasse disturbarlo per un bicchier d’acqua indicava la fontanella della piazza (“a funtana dda fora funziona!”), poi dando piena attuazione ai principi dell’autogestione, nel proletario quartiere S. Giuseppe, introdusse l'uso della bottiglia sul bancone, con pila di bicchieri annessa, a disposizione per il democratico self-service (innovazione questa sopravvissuta alla fine di quella stagione gloriosa).
Da attore consumato ripeteva infinite volte la sua battuta a chi gli domandava un cornetto: “Schichilatti, crema bianca o mimmillata?” con la mano munita di tovagliolo, già su un cornetto a sua scelta.
E allora quella che solo apparentemente rappresentava una scelta di farcitura, diventava il dubbio amletico sull'uniformarsi o no al volere do’ zù Araziu.
A chi lo assecondava un sorriso complice e sincero, a chi rallentava di poche frazioni di secondi il suo lavoro da one man show, una velenosa smorfia di superficiale fastidio.
Inimitabile.
Al punto da far coincidere il suo pensionamento con la chiusura notturna del bar. 
Un timido tentativo della proprietà fallì nel giro di poco per carenza di phisique du role e da allora Belpasso non ha più un refugium peccatorum notturno.
Malgrado ciò il Tex continua a vivere nella sua epopea, ed è ancora capace di stupire.
Retorico?
Date un’occhiata ai quadri appesi alle pareti e ditemi in quale altro bar che non sia in Toscana, avete  mai trovato vedute di Firenze e di Ponte Vecchio.
(Al consueto ringraziamento a Car+C+8 Design per l'immagine, associo il drugo e bruce, per la preziosa collaborazione)