martedì 25 gennaio 2011

Per Te(x)

Sonno e sogno, proprio come nelle lingue che hanno una sola parola per definire entrambe le azioni, si confondono nel ricordo del bar Tex.

Unico tra i tantissimi bar del paese a poter vantare fino a qualche anno fa il titolo di “notturno”, il Tex ha in realtà nome ben più affine al paese e al quartiere in cui è collocato, San Giuseppe. E al nome di quel santo lavoratore è appunto dedicato.
Le origini dello pseudonimo Tex, caso raro di pecco attribuito ad attività commerciale e non a persona (secondo una storpiatura diffusa, Texas), farebbe riferimento a Tex Willer, noto pistolero dei fumetti, di certo mai cliente, ma evocato iconicamente a ricordo di una sparatoria che sarebbe avvenuta nei pressi.
Storie di corna a quanto pare, con un ferimento. 
Il resto è leggenda paesana.

Ogni bar, qui nel paese dove superano in numero qualsiasi altra attività commerciale, ha una sua intrinseca ragion d’essere: la bontà della pasticceria, la granita più morbida, la cipollina invincibile, una certa posizione strategica, l’eccellenza del caffè (questo il caso del Tex), la possibilità di occuparne in pianta stabile i tavolini, quasi come soci di un club esclusivo. Come per molte altre realtà, infatti, il bar ha clientele fedeli e più o meno stabili, paragonabili a partiti ben strutturati, in cui spiccano tribuni della plebe che, con il pretesto di un caffè postprandiale, discettano urbi et orbi dell’intero scibile umano e, soprattutto, di pallone e politica.
Quante vane chiacchiere, quante perle di saggezza sconfinata (in rapporto di mille a una) hanno inteso i gradoni davanti all'ex Club 84, o l’imponente palma del Bar Buco o le basole di Via Roma davanti al Cin Cin Bar.
Nulla di tutto questo per quanto riguarda il Tex.
Insieme al Garden Bar, altra storica realtà che meriterebbe (meriterà?) uno spartito a sé stante, è anche rivendita di tabacchi, cosa che lo rende più trasversale di altri, dunque più agevole porto di mare. 
E non solo per il soccorso che a tutte le ore offre magnanimamente.
Chissà se il progettista che ha disegnato la piazza di fronte, dotandola di bitte e di moli in pietra lavica, non si sia ispirato proprio a questo suo carattere marinaro. 
Bar dalla doppia identità, ordinario come tanti alla luce del sole e tra i meno celebrati (anonimi calunniatori sostengono da anni l’annacquamento sistematico degli alcolici), con annessa sala biliardo e tavolini per il gioco delle carte, che contribuivano a farne luogo variamente frequentato, mostrava la sua anima verace la notte, durante il regno incontrastato dei perdigiorno e degli insonni.
Per alcuni, invece, la notte al Tex era la porta del mattino. 
Due le specie interessate: i cacciatori e i funciari (altrimenti detti raccoglitori di funghi) che si preparavano nell'aria pungente dell’alba. Truppa variegata, cui immeritatamente mi sono più volte unito, che in verde mimetico propiziava le rischiose spedizioni per monti e pianure davanti a cappuccino e cornetto (dilettanti e giovani di belle speranze), a caffè stretto (semiprofessionisti), oppure a Stravecchio Branca (professionisti navigati).

Per tutti il sipario si alzava immancabilmente poco dopo la mezzanotte, lo spettacolo invece aveva il suo apice alle 4, quando da un retrobottega misterioso, faceva la sua apparizione l’etoile incontrastata della compagnia.
In bianco d’ordinanza, come un pasticcere anni sessanta, Orazio Scuderi, per tutti invariabilmente u’ Zu’ Araziu, talmente affezionato alla sua candida mise da farne abbigliamento per tutte le occasioni.
Banconista, animatore, monologhista di quelle notti, sovvertiva con grosse dosi di ironia le regole. A chi osasse disturbarlo per un bicchier d’acqua indicava la fontanella della piazza (“a funtana dda fora funziona!”), poi dando piena attuazione ai principi dell’autogestione, nel proletario quartiere S. Giuseppe, introdusse l'uso della bottiglia sul bancone, con pila di bicchieri annessa, a disposizione per il democratico self-service (innovazione questa sopravvissuta alla fine di quella stagione gloriosa).
Da attore consumato ripeteva infinite volte la sua battuta a chi gli domandava un cornetto: “Schichilatti, crema bianca o mimmillata?” con la mano munita di tovagliolo, già su un cornetto a sua scelta.
E allora quella che solo apparentemente rappresentava una scelta di farcitura, diventava il dubbio amletico sull'uniformarsi o no al volere do’ zù Araziu.
A chi lo assecondava un sorriso complice e sincero, a chi rallentava di poche frazioni di secondi il suo lavoro da one man show, una velenosa smorfia di superficiale fastidio.
Inimitabile.
Al punto da far coincidere il suo pensionamento con la chiusura notturna del bar. 
Un timido tentativo della proprietà fallì nel giro di poco per carenza di phisique du role e da allora Belpasso non ha più un refugium peccatorum notturno.
Malgrado ciò il Tex continua a vivere nella sua epopea, ed è ancora capace di stupire.
Retorico?
Date un’occhiata ai quadri appesi alle pareti e ditemi in quale altro bar che non sia in Toscana, avete  mai trovato vedute di Firenze e di Ponte Vecchio.
(Al consueto ringraziamento a Car+C+8 Design per l'immagine, associo il drugo e bruce, per la preziosa collaborazione)