sabato 14 dicembre 2013

Del controcarro e di altre Passioni

Con questo post inauguro una breve serie di viulini dedicati a fatti o persone che non ho conosciuto direttamente, ma dal racconto dei testimoni o dei protagonisti.

Nelle mie intenzioni iniziali avrei voluto limitarmi a delle interviste, singole o collettive, ma come spesso accade, i racconti, specie quelli che riguardano la memoria di fatti passati, vivono presto di vita propria, scegliendo le forme d’espressione a loro più congeniali.

È questo il caso di controcarro.

Qualche anno fa, durante i festeggiamenti di S. Lucia, qualcuno mi parlò di un carro talmente fuori dagli schemi canonici, talmente scandaloso e di “rottura” della tradizione consolidata, da meritarsi la definizione di “controcarro”.

La cosa ha innescato il desiderio di saperne di più. Da una assai parziale e poco approfondita ricerca per ricostruire i contorni di quella vicenda, è nato questo viulinu, diverso dagli altri anche per il tentativo di tracciare una modesta ricostruzione storica.

Di telefonata in telefonata, di ricordo in ricordo (spesso curiosamente in contraddizione tra loro) alcuni dei protagonisti e altri spettatori mi hanno restituito una storia, che nelle mie intenzioni avrebbe dovuto trattare di una notte del 12 dicembre del 1972 e che, invece, ha finito per trascinare dentro il Concilio Vaticano II e la questione giovanile, il Cristianesimo sociale e l’impegno politico, il ’68 e la contestazione.

Ringrazio qui, ancor prima di iniziare, tutti quelli che a vario titolo hanno contribuito rispondendo alle telefonate moleste di chi ha voluto sfruculiare la loro memoria.
Grazie allora ad Ascenzio, Carla, Alfio, Felice, Rina, Ottavio, Gianni, Cettina, Luciano, Turi, Nino, Gaetano, Pippo, Giusi, Lucio, Mimmo e a tutti quelli, vivi o non più tra noi, che fecero vivere a Belpasso una lunghissima stagione di impegno e passione.
                                                          
Già sulle origini del controcarro si potrebbe aprire un dibattito.
C’è chi pensa che la scintilla fu il progressivo dilatarsi degli effetti del Concilio Vaticano II e l’apertura mentale e di consapevolezza di alcuni sacerdoti “illuminati” (padre Signorelli, padre Cosentino, padre Vasta, padre Arena); chi il vento del ’68, che soffiava già forte da contrade lontane; chi la tragica fine di Milena Sutter e il lungo e acceso dibattito sulla condizione dei marginali e dei giovani che ne conseguì.
Per questo e per molto altro ancora, i giovani cantanti del quartiere Purgatorio si presentarono in piazza, la sera del 12 dicembre 1972, con un carro che poco o nulla aveva di carro.
Parallelepipedi e cubi di diverso colore (scatoloni e “casce” nella percezione spietata e scettica di qualche spettatore chiamato a rendere testimonianza) pochi personaggi (secondo altri nessuno), scene essenziali e “impressioniste”, struttura ridotta all’osso, con "pochissima attenzione per la meccanica" e per lo sviluppo in quadri successivi.
I temi erano molto lontani da quelli classici della rievocazione della vita e del martirio della vergine siracusana, tutti invece protesi all’attualità: alla fame e alla miseria che ancora affliggevano le genti del mondo vicino e lontano; alle condizioni di sfruttamento neocolonialista; all’enorme sbilanciamento tra le condizioni di vita dei paesi ricchi e il dramma quotidiano di quelli poveri.
Denuncia e richiami a impegnarsi in prima persona a sporcarsi le mani.
Nessuna “spaccata” gloriosa, nessun trionfo di giochi di luci a sottolineare l’ascesa di Santa Lucia.
Le reazioni della piazza, già provata dal consueto clima ghiacciato della vigilia, furono (a voler esser benevoli nel riportarle) di scetticismo, forse anche di scandalo, tuttavia non ci fu molto tempo per rendersene pienamente conto. Le cateratte del cielo si aprirono generosamente, impedendo perfino l’apertura del carro successivo, quello del quartiere San Rocco, mettendo in fuga gli spettatori.

A detta dei maligni il Sommo Architetto mandò sulle terre che furono dei Moncada l’inverno più piovoso che si ricordi, sicuramente nel tentativo di replicare in piccolo il diluvio biblico, forse per annegare la supponenza di quei giovani figli di Eva.

E per esser sicuri di estirpare la mala pianta, dicono, piovve fino a marzo.

Sbaglierebbe però chi dovesse liquidare (per restare nella metafora idrica) il progetto e l’apertura di quel carro come un momento isolato e di “rottura”, volto solo a suscitare scandalo e chiacchiere fini a se stesse, che certo non mancarono nel paese della forficia.
Quel carro, il controcarro, volendo concentrarsi solo su una delle sue declinazioni, quella di denuncia e di protesta verso un sistema già tutto teso al profitto e contro un cattolicesimo statico e di “maniera”, rappresentò invece uno dei momenti, forse meno ricordati, ma di indubbio impatto, di un movimento, piccolo e spontaneo, via via sempre più esteso e organizzato.
Forse fu proprio quella rivoluzione conciliare che stava dirompendo dentro la chiesa dei fedeli, almeno quanto dentro la Curia, cui si aggiunsero le nuove istanze identitarie giovanili e la sensibilità politica e culturale nuova della prima generazione uscita dal Dopoguerra.
La prima generazione a conoscere il benessere e il superfluo, non si dimentichi che a Belpasso le strade(e non tutte) avevano scoperto l’asfalto da pochi anni.
Tanto contarono quei preti, “un clero coraggioso e di avanguardia, nonostante l’età anagrafica non lo lasciasse sperare”, talmente contagiati dal nuovo corso da aprire le canoniche e le parrocchie a momenti di incontro e di confronto, spesso dialettico.
Sono anni in cui la messa stessa, il momento di massima espressione di una comunità parrocchiale, viene strappata alle rassicuranti note di cori e organi e affidata alle chitarre e ai bassi elettrici, alle batterie e alle tastiere di quelli che diedero vita, a S. Antonio e al Purgatorio, alle cosiddette messe beat, negli stessi anni in cui Radio Vaticana era l’unica emittente a “passare” Dio è morto di Guccini, censurata dalla Rai perché ritenuta blasfema.

Assai fecondo è l’incontro con le realtà vicine e affini. Mani tese, nata nel 1964 per combattere la fame e gli squilibri tra Nord e Sud del mondo; altre comunità catanesi, il Clan dei ragazzi di padre Aresco; padre Gliozzo, mentore e padre non solo spirituale di molte idee.
Da questi scambi nacquero le raccolte porta a porta di abiti usati, carta e cartone, stracci.

Sono storie di uomini e di macchine: un piccolo autocarro blu forse un Fiat 615, espropriato (o concesso chissà) al padre di uno dei ragazzi, finì arruolato alla causa; alcune presse da fieno di un verde pallido furono messe in opera per l’assemblaggio delle balle di stracci e carta nella casa di padre Sanfilippo, alle spalle dell’abside della chiesa Madre, a pochi passi dalla sede scout del reparto Etna; una Fiat 1100 familiare arrivò per ottimizzare la logistica del gruppo.

Ma la storia si compone di grandi e piccole trame.
Se il contesto e il brodo di coltura in cui era nato l’embrione di quell’esperienza era nazionale e addirittura mondiale, più in piccolo sono gli incontri, anche casuali, e le amicizie, il collante principale di tanti progetti.
Proprio a ridosso del 1968, per esempio, l’apertura dei seminari consentì ad alcuni degli studenti belpassesi avviati alla tonaca, di frequentare da esterni il liceo classico Spedalieri di Catania.
La storia tende a riprodurre i suoi meccanismi con una certa autoironia. 
E così, come migliaia di anni prima, Adamo conosce Eva, la tanto sospirata mela diventa un frutto di tentazione e l’uscita dal seminario può dirsi completa. L’arcidiocesi catanese piange ancora qualche prete mancato (chissà), in compenso la comunità locale si fregia di musicisti, psicanalisti e professionisti di indiscussa fama.
Nonostante un tessuto sociale da piccolo paese (Belpasso è abbondantemente sotto i quindicimila abitanti), ancora molto condizionato dalle appartenenze di quartiere, con bassa dinamicità tra i gruppi, si crea rapidamente una comitiva trasversale rispetto agli interessi e alla topografia. Contribuiscono amicizie comuni, tragitti in autobus o sulla circumetnea per raggiungere le scuole superiori, ormai di massa, perfino l’acquisto di una marca da bollo nella tabaccheria di fronte l’allora bar Recupero di Via Roma, sarà galeotta.

Le iniziative che si occupavano in modo differente di povertà, fame, lebbrosi costituirono per mesi il fulcro intorno a cui nacquero amicizie e relazioni indissolubili e, per gemmazione, altri progetti.
Il ’72 è l’anno del controcarro, certo, ma anche della mostra fotografica allestita, sempre per sensibilizzare e raccogliere fondi per i poveri tanto a cuore a Raoul Follereau, nei locali della Coldiretti di Via Roma.
Soprattutto, è l’anno di Passio ’72, un recital che da Belpasso si propagò prima ai paesi vicini, ricordata unanimemente è la tappa di Zafferana, poi in tournée per la Sicilia: Ragusa, Modica, Scicli. Un testo che rivisitava in musica la passione di Gesù Cristo, già ripensata dal Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini otto anni prima, tutto declinato sulle parole e le vicende degli umili, dei poveri, “sulla sostanza delle cose, più che sulla loro forma”, sull’uomo Cristo e sul Cristo uomo.
Un Cristo, assai barbuto e in nero, che per sopportare l’amaro supplizio di una lunghissima crocifissione, appena mitigato dalle risate suscitate dalle dizioni non proprio pulite di alcune interpreti, durante la finzione scenica ricorreva a sottilissimi fili di nylon per sostenere le braccia esauste, prima del liberatorio: “È morto, è morto!” con le o apertissime e strascicate della parlata paternese.

Altri progetti, altre idee seguirono. 
Altri arrivi in quello che inizialmente fu una piccola cellula e che col tempo divenne un gruppo, sempre più aperto e ampio, che attraversò, contribuendovi in maniera tangibile, una delle stagioni più interessanti e produttive nel microcosmo, spesso asfittico, di Belpasso. E quando proprio non si poteva portare qualcosa in paese, allora si partiva, come la volta in cui, contagiati dallo spirito olimpico e assistiti dalla buona sorte, quei prodi raggiunsero Monaco per le Olimpiadi.

Nel 1973 una parte del gruppo diede vita a “Belpasso”, una rivista di discreta tiratura e di altrettanto successo. Nel 1981, alle soglie di quell’ampio fenomeno che in tutta Italia rappresentò il rientro nella dimensione del privato e, spesso, del disimpegno, che prese il nome di riflusso, nacque L’amico club, che raccoglieva in sodalizio tutto il gruppo di partenza, cui si aggiunsero tanti amici e curiosi. Club che continuò a distinguersi per anni nella promozione della cultura, dell’arte, della socialità.

Alcune collaborazioni divennero amicizie, certe unioni matrimoni e, negli anni, figli.
Uno di questi sono io.
(Ringrazio Car+C+8 Design per l'immagine)

venerdì 1 novembre 2013

La festa dei morti 2.

Per l'occasione lo strumento passa in mano a Nunzio Sambataro, amico e poeta che ringrazio.


I’ morti

Stanotti
Arrivunu
alleggiu alleggiu
i murticeddi,
senza sgrusciu
ccu’sciatu sirenu
e vasuna di pinzeri
antichi
e duci.
Cu’ manu d’amuri
accarizzunu ‘u sonnu
e posunu cuntenti e sireni
gioia e cosaduci.
Stanotti
ridunu ‘i murticeddi
e muti muti
aspettunu l’alba
accostu li suspiri
di’ picciriddi
chi l’hanu aspittatu
ccu’ l’occhi ‘a pampinedda.
Ora
‘nsonnu
cci parrunu
senza timuri.
‘sta notti
‘a morti
addiventa vita
chi crisci
‘ntò cori di’ vivi.

lunedì 14 gennaio 2013

Respira


"Si deve incominciare a perdere la memoria, anche solo brandelli di ricordi, per capire che in essa consiste la nostra vita. Senza memoria la vita non è vita... La nostra memoria è la nostra coerenza, la nostra ragione, il nostro sentimento, persino il nostro agire.
Senza di essa non siamo nulla..."
Luis Buñuel